
B. Antelami, “La deposizione dalla croce”

Questa lastra in origine era la parte frontale dell’ambone della chiesa romanica, che i libri liturgici della Cattedrale chiamano evangelistario, dedicato soprattutto alla proclamazione del Vangelo.


Questa lastra in origine era la parte frontale dell’ambone della chiesa romanica, che i libri liturgici della Cattedrale chiamano evangelistario, dedicato soprattutto alla proclamazione del Vangelo.
Davanti a questa lastra dobbiamo fare una premessa. In origine era parte dell’ambone della chiesa romanica, che i libri liturgici della Cattedrale chiamano evangelistario, dedicato soprattutto alla proclamazione del Vangelo. Il manufatto doveva avere tre lastre su tre lati, il quarto era aperto per consentire l’accesso al diacono, al suddiacono ed agli accoliti. Angelo Maria da Erba, autore del XVI secolo, nel suo Compendio copiosissimo dell’origine, antichità e nobiltà della città di Parma dà questa suggestiva descrizione dell’evangelistario: “Benedetto degli Antelami, di bassorilievi a minutissimo taglio in tre tavole di marmo scolpì tutti li misteri della passione di Nostro Signore sopra quattro colonne dove dal clero si leggono al popolo i giorni festivi della Chiesa Cattedrale gli Evangeli”. Nella lastra che conserviamo, nella parte alta al centro si nota l’inserimento di una striscia di pietra con quattro rosette di fattura ben diversa e più rozza rispetto alle originali che stanno d’attorno. Un evidente rappezzo chiude lo spazio dove doveva trovarsi il leggio che reggeva il libro. L’evangelistario si ergeva alto sulla navata, sul lato destro, su quattro colonne. Fu smantellato nel 1566 da Girolamo Bedoli Mazzola, che chiuse pure la vista della cripta a chi si trovava nella navata con la imponente scalinata che si estende per tutta la larghezza della chiesa, creando un ampio spazio celebrativo totalmente aperto all’assemblea.
Per essere stata la tavola antelamica parte dell’antico evangelistario, va vista nel suo naturale contesto originario, quello liturgico. Ha il carattere di una splendida icona liturgica, che trova il suo tema narrativo nei vangeli, ma che chiede una attenzione contemplativa. L’iscrizione incisa in eleganti caratteri onciali sulla parte superiore della lastra dà il nome dello scultore e l’anno della esecuzione: ANNO MILLENO CENTENO SEPTUAGESIMO OCTAVO SCULTOR PAT(RA)VIT ME(N)SE SECU(N)DO || ANTELAMI DICTUS SCULPTOR FUIT HIC BENEDICTUS (Nel secondo mese dell’anno 1178 lo scultore portò a termine l’opera || questo scultore fu Benedetto, chiamato Antelami).
Al centro la croce, formata da due tronchi, divide tutta la narrazione in due parti, ma non è corretto dire “i buoni da una parte, i cattivi dall’altra”. L’insieme è infatti più complesso. I legni della croce hanno gemme che segnano l’inizio di una fioritura, dunque un albero della vita, come suggerisce l’Apocalisse che parla di lignum vitae (22,2), preludio di risurrezione. Sull’asta trasversale la scritta Ihesus Nazarenus | rex Iudeorum. La mano sinistra di Gesù è ancora inchiodata alla croce. Nicodemo (Nicodemus), su una scala estrae con la tenaglia, oggi mancante, il chiodo. Giuseppe d’Arimatea (Ioseph ab Arimathia), sostiene il corpo di Gesù, cingendolo con le braccia attorno alla vita e, con un gesto forte e di grande dolcezza, poggia il volto sul costato di Cristo squarciato dalla lancia del soldato. Il braccio già schiodato viene sorretto dall’arcangelo Gabriele (Gabriel) che porta la mano di Gesù al volto della madre (sancta Maria).
A destra di chi guarda, eretto, sta il centurione romano che alla morte di Gesù confessa, indicando con la mano, la divinità di Cristo (Vere iste Filius Dei erat, veramente costui era Figlio di Dio, Matteo 27,54). Dietro il centurione, cinque figure di uomini, senza nome, spettatori muti della morte di Gesù. Nell’angolo, in primo piano, quattro soldati sono ritratti nell’atto di dividersi la veste inconsutile di Cristo. Seguendo il racconto di Giovanni (19,23-24) uno che tiene il coltello viene fermato, un altro con i dadi in mano tira a sorte la veste.
A sinistra della croce, dopo Maria, Giovanni (sanctus Iohannes) e le donne presenti ai piedi della croce, ma anche le prime testimoni del sepolcro vuoto, quando al mattino del giorno dopo il sabato vanno al sepolcro per onorare con profumi il corpo di Gesù, non trovandolo: prime testimoni dunque della risurrezione. Sono Maria Salomè (Salome), Maria madre di Giacomo (Maria Iacobi), Maria Maddalena (Maria Magdalene). I volti, il gesto delle mani, le vesti, la compostezza e l’armonia figurativa di questo gruppo suggeriscono la drammaticità e insieme la verità di un atto liturgico, in contrapposizione alla contrapposizione più frammentaria del gruppo di destra che sembra manifestare turbamento e domanda.
Due altre figure sono scolpite sulla lastra, in formato minore, forse ad indicare un primo piano e una lettura che va oltre la descrizione. A destra, tra Nicodemo e il centurione, la Sinagoga col vessillo abbattuto (Sinagoga deponitur), cui l’arcangelo Raffaele (Raphael) fa piegare il capo. Sulla sinistra, tra Giuseppe d’Arimatea e Maria, la Chiesa con il vessillo innalzato su cui campeggia la croce (Ecclesia exaltatur). È vestita con abito liturgico, la dalmatica, nella destra ha un calice. Le due figure, poste simmetricamente, esprimono simbolicamente nella Sinagoga la fine della prima alleanza, nella Chiesa che subentra, il suo ruolo primario nella economia salvifica come depositaria della grazia meritata dal sacrificio di Cristo in croce.
Negli angoli superiori spiccano due medaglioni fogliati racchiudenti la testa virile del Sole (sol) a sinistra, e sulla destra quella femminile della Luna (luna), ricoperta dal panno pieghettato della veste. Su tre lati il bassorilievo è contornato da un finissimo ornamento a girali di acanto. Sulla sommità sporge una cornice scandita da rosette annodate.
Solitamente indicata come Deposizione, la lastra non descrive solo quel singolo evento, ma riunisce scene cronologicamente accadute in momenti diversi. L’agonia in croce, mentre i soldati tirano a sorte la veste, il momento della morte di Gesù con la confessione del centurione, la deposizione nel sepolcro per i tre giorni della sepoltura, ed infine la citazione della risurrezione nelle donne che vanno al sepolcro il mattino del primo giorno della settimana, dopo il riposo rituale del sabato. Chi guarda è inoltre reso partecipe al racconto: l’evento diventa contemporaneo nelle figure del sole e della luna, che segnano il trascorrere del tempo, e nella figura della Chiesa, che continua ad elargire la grazia meritata da Cristo.
Una seconda lastra mutila, con i bassorilievi scalpellati alla imposta, conservata nella Galleria Nazionale della città, porta al centro ancora leggibile l’immagine di Cristo in mandorla, con i simboli dei quattro evangelisti, uno dei due angeli alla estremità e i quattro Padri latini, dottori della Chiesa, Gerolamo, Ambrogio, Gregorio Magno. L’impronta del quarto, senza la scritta, si riferisce con tutta probabilità ad Agostino. Della bellezza dell’intero manufatto fu testimone il notaio Cristoforo de Turre che lo vide ancora in loco quando nel 1562 ne diede questa descrizione: “I diaconi e i suddiaconi prebendari cantano solennemente l’Epistola e il Vangelo. Nei giorni di festa il Vangelo è cantato dal diacono prebendario – perché il popolo ascolti – fuori dal coro, nell’evangelistario costruito a questo scopo in modo raffinatissimo: ci sono quattro evangelisti di bronzo in forma umana, scolpiti con mano eccellente”.
I due testimoni cinquecenteschi che ci hanno parlato dell’opera “minutissima” e “raffinatissima” sembra vogliano indicare il modo di trattare la superficie del marmo da parte di Benedetto, quasi a vincere la freddezza della pietra e rendere la morbidezza dei tessuti, l’eleganza e la solennità delle vesti.