
La cupola: Correggio, “L’Assunzione della Vergine”

L’Assunzione della Vergine del Correggio è una grandiosa opera prospettica, in cui luce, composizione e movimento si fondono in un capolavoro di illusionismo visivo.


L’Assunzione della Vergine del Correggio è una grandiosa opera prospettica, in cui luce, composizione e movimento si fondono in un capolavoro di illusionismo visivo.
All’inizio del Cinquecento a Parma persiste un fervore culturale straordinario, che trova notevoli espressioni artistiche, quali la ripresa della fabbrica della chiesa e del monastero benedettino di San Giovanni Evangelista, la costruzione dell’appartamento della Badessa Giovanna nel monastero di San Paolo con l’intervento del Correggio, l’inizio della costruzione della Chiesa della Steccata e dell’Oratorio della Concezione presso il convento di san Francesco. In questo contesto si impone appunto la presenza di Antonio Allegri, detto il Correggio, dal suo paese d’origine, cui si deve l’affresco della Assunzione di Maria nella cupola della Cattedrale, l’ultimo suo lavoro a fresco. Nel contratto del 3 novembre 1522 l’artista si impegnò a dipingere la cupola, i sottarchi e le pareti del coro. Il lavoro non fu finito: una fastidiosa leggenda più volte ripetuta parlava di contrasti con la committenza. Recenti ritrovamenti di contratti hanno finalmente stabilito che il Correggio cominciò a lavorare alla cupola solo alla fine del 1530. Non potè portare a termine il progetto per il sopraggiungere della morte nel 1534.
Il titolare della Cattedrale, l’Assunta, si proponeva logicamente come il tema da svolgere nella cupola, “da ornar di pittura con quelle istorie mi saran date”. Il contratto dunque stabiliva che il tema era a scelta dei committenti, mentre il pittore fissava ancora per iscritto il suo specifico compito nel seguire “le ragioni e le vaghezze di essa pittura”. Il racconto della Assunzione di Maria non si trova nei testi del Nuovo Testamento. Furono gli scritti apocrifi a descrivere l’evento in termini leggendari con l’intento di offrire motivi di edificazione e una risposta a domande devozionistiche. Come silloge di questa tradizione letteraria apocrifa si faceva riferimento alla Legenda aurea di Iacopo da Varagine, fonte per i pittori fino al concilio di Trento. La scelta della iconografia della cupola si ispira, più che ai testi apocrifi, alle tre omelie che Giovanni Damasceno dedica alla Assunzione di Maria. Pur conoscendo la tradizione apocrifa, egli si muove su principi teologici riassumibili nell’asserto che Maria è inseparabile dal Figlio. Come la risurrezione di Gesù avviene al terzo giorno, anche l’Assunzione di Maria è collocata al terzo giorno dalla sepoltura, in giorno di domenica, la festa primordiale cristiana che di otto in otto giorni fa memoria della Pasqua di Risurrezione. All’evento sono presenti tutti gli Apostoli, raccolti dai paesi dove si trovavano per predicare il vangelo e portati a Gerusalemme dagli angeli. Nella cupola gli apostoli si ergono sul finto cornicione di marmo bianco, a due a due, in corrispondenza degli angoli dell’ottagono di base, nascondendone la geometria per rendere a tutto tondo il campo pittorico. Gli angoli sono ulteriormente occultati da candelabri “bronzei” che si innalzano fino a raccordarsi con la rotondità della calotta. Salendo con lo sguardo un vortice popolato di angeli – il Damasceno ne ricorda le “famiglie”, Angeli, Arcangeli, Potestà, Principati, Troni, Cherubini, Serafini – tra gonfie nuvole accompagna Maria che sale. La figura della Vergine con veste rosa e manto azzurro e le braccia aperte si trova sul lato occidentale della cupola verso l’abside, visibile da chi, percorrendo la navata maggiore della Cattedrale, si fermi ai piedi della grande scalinata. Era quello che potevano scorgere i fedeli al tempo del Correggio. A loro era destinato quello spazio, mentre la parte elevata della chiesa, i transetti e il coro erano riservati al clero e alle autorità cittadine, prima che nel 1566 venisse cancellato l’assetto antelamico. Nella seconda omelia di Giovanni Damasceno si legge: “Bisognava anche che i principali degli antichi giusti e profeti venissero dappresso per prendere parte a questa scorta sacra, essi che avevano annunciato con chiarezza che da questa donna il Verbo di Dio avrebbe preso carne per noi e sarebbe stato generato per amore degli uomini”. Così guidati, tra la barriera di volti che attorniano Maria, emergono coll’intero busto i progenitori: a sinistra Adamo, cui è stata cancellata la condanna, e a destra Eva, con in mano la mela con un verde virgulto: la mela non è più segno di condanna e dolore, ma di salvezza, per cui Adamo ed Eva possono confessare “Beata sei tu, o figlia: ci hai dissipato la pena della trasgressione”.
A destra e sinistra di Maria si possono identificare altri personaggi biblici, oltre ai due progenitori. A destra della Vergine, a sinistra per chi guarda, prima di Adamo, si trova lo sposo di Maria, Giuseppe, col bastone e il giglio. Scorrendo ancora verso sinistra, dopo Adamo, Abramo – che “ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Romani 4,11) – e il figlio Isacco con l’agnello per il sacrificio. Più a sinistra una figura si eleva col busto sopra le teste che la circondano, con il braccio nasconde parte del volto, ma lasciando scorgere una folta capigliatura bionda: Davide che regge con la mano la testa mozzata, in scala maggiore rispetto a tutte le altre, del gigante filisteo Golia, ucciso dal futuro re di Israele. Tra quest’ultimo ed Abramo, forse il patriarca Giacobbe con la grande barba. Infine, vicino al ginocchio di Davide, il profilo di un vecchio con la barba, in mano un grappolo d’uva: Melchisedech “re di Salem, sacerdote del Dio altissimo” che aveva offerto pane e vino (Genesi 14,18).
Dall’altro lato, a sinistra di Maria, si trovano figure femminili: due donne, di cui una con veste fluente verde e rossa, probabilmente Marta e Maria, sorelle di Lazzaro e testimoni della sua risurrezione (Giovanni 11, 1-44). A seguire tre volti, forse Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome, le prime a trovare il sepolcro vuoto il mattino dopo il sabato (Marco 16, 1-8) ed infine Giuditta con la sua ancella che regge il capo mozzato di Oloferne (Giuditta 13, 1-10).
Un’ultima figura, in alto, sopra Maria, al margine del mare di luce della sommità della calotta, un volto d’uomo con capelli e barba rossastra “in cui passa un’onda di tristezza per un pensiero turbante e ossessivo, come erano i pochi ritratti da lui dipinti”. Il critico d’arte Roberto Tassi, cantore di Parma, vi riconosceva il Correggio.
Quasi al centro della calotta piena di luce che dal giallo diventa bianco candido, il paradiso verso cui sale Maria, una figura intera, forse l’angelo che accompagna l’ascesa della Vergine.
All’imposta della cupola, nei quattro pennacchi dipinti come conchiglia, perciò con la perla al centro: sono dipinti santi patroni particolarmente venerati in città. Guardando verso l’abside, a destra sant’Ilario di Poitiers, protettore del comune medioevale, a sinistra Giovanni Battista titolare del Battistero. Nei pennacchi verso la navata, a destra San Bernardo degli Uberti, a sinistra San Giuseppe, con la fronda di dattero, il frutto che aveva nutrito la Sacra Famiglia in fuga verso l’Egitto.
All’imposta del sottarco, verso l’abside, due figure femminili monocrome, non del Correggio, recano sul capo rispettivamente un calice semicoperto con un velo e un cesto con il pellicano che nutre i suoi pulcini. Viene così evocata l’eucaristia che si celebrava nello spazio sottostante.