
Il presbiterio e l’abside

Il presbiterio della Cattedrale di Parma favorisce lo svolgimento insieme solenne e ordinato delle celebrazioni.


Il presbiterio della Cattedrale di Parma favorisce lo svolgimento insieme solenne e ordinato delle celebrazioni.
IL PRESBITERIO
“Presbìteri” sono letteralmente gli “anziani”. Erano le guide delle piccole comunità che numerose si formavano nei primi tempi. “Vescovo” designa colui che sorveglia il popolo credente come fa il pastore con il gregge. “Presbitèrio” designa perciò in prima istanza l’insieme dei collaboratori diretti del vescovo nel ministero pastorale. “Presbiterio” è anche lo spazio destinato nelle chiese allo svolgimento delle celebrazioni liturgiche, presieduta appunto dal presbitero. Il presbiterio della Cattedrale ospita le celebrazioni più importanti dell’anno liturgico, quando il vescovo circondato dai presbiteri e dai fedeli esprime l’unità della chiesa locale.
Il presbiterio della Cattedrale di Parma favorisce lo svolgimento insieme solenne e ordinato delle celebrazioni: è un grande spazio aperto sui transetti e quasi palcoscenico di fronte all’assemblea che si trova nella navata.
L’ALTARE
“Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo” (Salmo 43,4). Così canta con struggente desiderio il pellegrino che sale al Tempio di Gerusalemme. Se culmine e fonte della vita della Chiesa è la liturgia, la celebrazione eucaristica ne è l’espressione privilegiata. Perciò il luogo che più di ogni altro dice la centralità della vita della chiesa è l’altare. Nel nostro presbiterio l’altare è al centro, sotto la cupola. L’altare è insieme ara del sacrificio e mensa del convito, i due termini che evocano ciò che all’altare si celebra: la memoria del sacrificio di Cristo, il pane che da lì viene dato ai critiani come cibo di risurrezione.
L’ARCA DEI MARTIRI
Nella nostra Cattedrale l’altare è composto da una mensa marmorea proveniente dalla vicina chiesa cistercense di San Martino dei Bocci, sorretta dall’arca che contiene le reliquie di martiri romani (Abdon e Sennen, Nicomede, Ercolano e Pudenziana), portate a Parma dal vescovo Vibodo nell’892 come segno della unione della chiesa locale con la sede apostolica romana. L’interesse simbolico si concentra su quest’arca (cm 190×100; altezza cm 103). La struttura portante è un monolito di marmo rosso di Verona (breccia), scavato all’interno, lavorato con scene a rilievo sui due lati corti e sui lati lunghi scavato a formare una tenda, alla cui ombra, entro nicchie, statuette degli apostoli in marmo bianco sempre di Verona. Il programma è evidente e simmetrico nel suo impianto, elaborato in modo originale e suggestivo.
Lato sud: il rilievo reca, entro uno scudo borchiato, il Cristo Pantocrator, seduto su un arco (il cielo), con i piedi su di un sostegno (la terra), circondato dai quattro esseri alati, simboli degli Evangelisti, ciascuno con un libro. La disposizione è classica: i due in alto sono gli evangelisti-apostoli (Matteo, uomo alato; Giovanni, aquila), in basso gli evangelisti-discepoli (Marco, leone; Luca, vitello-alato). Anche il Cristo tiene un libro con la sinistra, mentre la destra è alzata nel gesto solenne di prendere la parola. Lo scudo o mandorla evoca il cosmo di cui Cristo è appunto il Pantocrator (colui che tutto regge, da cui tutto ha origine).
Nel fianco verso ovest, il lato rivolto verso l’assemblea, inizia la serie degli Apostoli, a due a due (i nomi sono scolpiti su cartigli): PETRUS, con le chiavi in mano, e ANDREAS suo fratello, quindi JACOBUS e PHILIPPUS; JUDAS e SIMON.
Il lato nord mostra i santi, Abdon e Sennen, nobili persiani, martiri nella persecuzione di Decio (250), le reliquie più insigni dell’urna: in un primo tempo sfuggono alle fiere che sono fermate dal loro gesto autorevole (prima scena); sul fianco est la seconda scena mostra la loro decapitazione. I successivi quattro apostoli sono Bartolomeo (col coltello, strumento tradizionale che evoca il suo martirio), quindi THOMAS, PAULUS e JACOBUS. La statuetta di san Bartolomeo ha sostituito la statua originaria non si sa in quali circostanze: ha caratteri totalmente diversi dalle altre, probabilmente più antica. In totale gli apostoli sono dieci, il numero dodici è completato dai due martiri Abdon e Sennen.
Lo scultore di questa opera eccezionale non deve essere lontano dall’Antelami.
NUOVO PRESBITERIO
Nel 2009 ha trovato degna sistemazione definitiva il presbiterio della Cattedrale, con la realizzazione della cattedra vescovile, dell’ambone e della predella dell’altare. I nuovi arredi sono costituiti da una preziosa fusione in bronzo, su progetto dell’architetto catalano Jaume Bach, vincitore di un concorso internazionale, scelto da una commissione nazionale. Il velo della fusione è mosso dai testi biblici scavati o a rilievo, nelle lingue antiche (greco e latino) e moderne (italiano, inglese, spagnolo, francese, tedesco, catalano), quasi evocazione dell’annuncio del vangelo a tutti i popoli della terra, come una nuova Pentecoste. Sulla predella dell’altare scorre il testo del discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao a commento della moltiplicazione dei pani (“Io sono il pane della vita”, Giovanni cap. 6). Sulle due tavole dell’ambone, vero luogo della parola, scorre il prologo del Vangelo di Giovanni (“In principio era il Verbo…”). La cattedra da cui il vescovo presiede l’assemblea e spiega le Scritture è collocata all’ingresso del presbiterio, affrontata all’ambone, in ascolto della parola e dialogo con l’assemblea tutta attorno. Il testo riprodotto sui fianchi e lo schienale è l’inizio della Prima lettera di Giovanni (“Quello che abbiamo veduto, quello che abbiamo udito, quello che le nostre mani hanno toccato lo annunciamo a voi”).
CIBORIO
Sotto il catino absidale sta un grande baldacchino in legno dorato, sorretto da colonne tortili e una imponente copertura a semicupola. È opera del 1766, eseguita dall’intagliatore Ghirardi non meglio conosciuto, su disegno dell’architetto Antonio Ghidetti. Contorna il ciborio del SS.mo Sacramento, qui eretto a fine Quattrocento insieme con la scale d’accesso e la scritta: CAVETE NE SCENDATIS IN MONTEM HUNC IMPURI (Guardate di nonsalire su questo monte impuri).
Il ciborio, in marmo bianco, finemente scolpito e impreziosito da applicazioni dorate è opera di Maffeolo di Carrara (1488) e presenta due tabernacoli. Il più basso è il più antico e dalla visita post-tridentina di Giovanni Battista Castelli (1578) apprendiamo che all’interno aveva un elemento girevole (volubilis). L’immagine sulla porticina, scolpita in marmo, è l’imago pietatis che i greci chiamano ‘o Nymphìos’, lo Sposo: Cristo che per la sua sposa, la Chiesa, dà se stesso come nutrimento, ponendo l’immagine in collegamento con l’Eucaristia. Il Castelli chiese che venisse sostituito questo tabernacolo con l’altro, posto sopra, che ha una porticina dorata e un simbolo eucaristico più evidente per il tempo, il calice con l’ostia. Il nuovo tabernacolo era raggiungibile con una scala in legno, asportata nell’Ottocento, che copriva il primo tabernacolo e l’ antica cattedra vescovile. Sono presenti in fila orizzontale, a bassorilievo, i simboli degli evangelisti. Sui salienti verticali, a destra dentro a nicchiette, Davide profeta, san Paolo e sant’Ilario; a sinistra Abramo, san Pietro, san Giovanni Battista. Nella parte centrale in alto la statua di Cristo risorto col vessillo della vittoria, attorno Maria e Giovanni evangelista. Nel partito inferiore, sotto un arco, l’imago pietatis, già presentata altrove. Sulla destra un volto, di profilo, con un cappuccio di saio francescano: la tradizione vi vede il ricordo di Bernardino da Feltre, noto predicatore popolare del Quattrocento, alla cui predicazione eucaristica si deve la fondazione della Compagnia del SS.mo sacramento in Cattedrale (1485-86) e probabilmente l’impulso alla erezione del ciborio.
La balaustra in marmo che completa l’assetto del luogo, a imitazione delle basiliche romane, ha dodici luci che richiamano gli apostoli, i cui nomi sono scritti sul piede dei candelabri. Una presenza importante è costituita dalle eleganti fusioni dei quattro evangelisti, rimosse dalla trabeazione sovrapposta all’evangelistario antelamico e qui collocate nel 1581. Sono uscite dalla fonderia parmigiana di Giacomo, Filippo e Damiano Da Gonzate.
CATINO DELL’ABSIDE
Girolamo Bedoli Mazzola eseguì l’affresco col ritorno di Cristo giudice alla fine dei tempi intorno al 1540: è la grande scena verso cui convergono gli sguardi di chi entra in Cattedrale. Cristo risorto col volto sereno, braccia e mani aperte, col panneggio che lascia scoperte le piaghe gloriose. Alla sua destra angeli sostengono il legno della croce con i chiodi conficcati, in alto infilata la corona di spine. Alla sua sinistra angeli sostengono la colonna della flagellazione avvolta da una grossa fune. Accanto alla croce Maria e san Pietro, dietro l’apostolo Giovanni con il calice da cui furiesce una serpe. Accanto alla colonna della flagellazione san Giovanni Battista e san Paolo.