
I nicchioni

Il perimetro interno dell’edificio è definito da sedici nicchioni, che accolgono importanti cicli affrescati votivi.


Il perimetro interno dell’edificio è definito da sedici nicchioni, che accolgono importanti cicli affrescati votivi.
I nicchioni che si aprono sul perimetro del Battistero culminano con le calotte absidate: contengono dipinti degli stessi pittori della cupola. Nella maggioranza di queste calotte, si trovano vegliardi con lampade dorate, padri, gli evangelisti intenti a scrivere. Sul fondo spesso si trova una torre quadrangolare, ripetuto riferimento alla città quadrata dell’Apocalisse. Al centro, non nelle lunette dei portali, si trova murata nella parete la figura di un angelo: se si toglie la statuetta di san Giovannino, dell’arcangelo Gabriele con Maria che riceve l’annuncio (di cui si parlerà dopo) restano 9 angeli, a simboleggiare le nove gerarchie angeliche, ancora una volta riferiti alla indicazione del libro dell’Apocalisse.
Le pitture sulle pareti dei nicchioni, ad affresco, risalgono al Trecento. Risultano disomogenee e di differente qualità. Anche l’autore di solito è sconosciuto. Sono legate al tempo in cui il Battistero accanto alla funzione battesimale, sempre normata e controllata dai canonici della Cattedrale, ebbe pure la funzione di chiesa vera a propria, sede di una Collegiata che vi officiava quotidianamente. I sei canonicati dovevano la loro costituzione al cardinale parmense Gherardo Bianchi: il 15 gennaio del 1293 egli aveva donato terre per il loro sostentamento. È per illustrare l’inizio di questo secondo uso del Battistero che la breve descrizione dei nicchioni inizia da quello alla sinistra dell’altare: il dipinto votivo mostra a destra il fondatore appunto della collegiata, il cardinal Gherardo Bianchi inginocchiato davanti alla Vergine col Bambino e sulla sinistra San Giovanni Battista. L’iscrizione, in gran parte scomparsa, descriveva le benemeremze del cardinale nativo di Gainago, nell’agro parmense.
Il nicchione principale nel programma iconografico del Battistero è quello dietro l’altare, rivolto ad est. È l’unico nicchione che conserva per intero i dipinti romanici bizantineggianti. La nicchia è delimitata da due colonne di due marmi diversi, forse recuperate da Parma romana, con i capitelli scolpiti: a sinistra il profeta Daniele nella fossa rispettato dai leoni, figura di Cristo perseguitato e risorto, a cui Abacuc porta il cibo (Daniele 14, 33-42). Il capitello a destra presenta fiere che vincono la preda, metafora della vittoria di Cristo sul male e sulla morte. Nella lunetta, al centro, Cristo pantocrator (che-ha-potere-su-tutto) in trono, benedicente, con la corona regale, la tunica rossa e il manto azzurro, entro la “mandorla” simbolo dell’infinito. Attorno i simboli degli evangelisti; alle estremità due angeli vincono il drago, simbolo del demonio. Sulla parete la scena del battesimo è quella classica dell’iconografia bizantina. Gesù senza abiti immerso nell’acqua, Giovanni con abito prezioso impone le mani sul capo (si trova due volte anche nella cupola): è l’imposizione delle mani per invocare lo Spirito Santo. Fra le onde del Giordano, in basso, la figuretta allegorica del Giordano che volge il capo verso Gesù, a compiere il salmo 113: ”Il Giordano si volse indietro”. Sulla riva angeli adoranti, le mani coperte da panni liturgici. Sopra Cristo si intrevede una sezione di cerchio, allusione a Dio Padre.
Nel secondo nicchione (partendo da quello dietro l’altare che consideriamo primo) un maestro lodigiano ha affrescato una fine crocifissione con san Giacomo, la Vergine, la Maddalena, san Giovanni evangelista e sant’Antonio abate. Nella fascia inferiore una “Madonna della misericordia” voluta, come dice la scritta sovrapposta dal Consorzio dei Vivi e dei Morti nel 1408.
Sulla parete del terzo nicchione una Madonna in trono con i santi Gregorio e Agostino, opera del Maestro di Gherardo Bianchi (lo stesso pittore cui si attribuisce l’affresco del nicchione a sinistra dell’altare) eseguita nel secondo decennio del Trecento.
Nel quarto nicchione verso il 1340 Nicolò da Reggio ha raffigurato la Madonna in trono che allatta, i santi Bernardo con il pastorale, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Leonardo con i ceppi (il santo si adoperava per la liberazione degli schiavi), Nicola da Tolentino. Su questa parete si apre la porta che dà accesso ad una delle due scale a chiocciola che permettono di salire fino al tetto, con le uscite per i loggiati interni ed esterni.
Avanzando in senso orario si trova la porta sud; la lunetta è opera del cantiere antelamico, con la scena del rito della circoncisione come indica il calice sull’altarino che raccoglie le prime gocce di sangue del Messia, incensate dall’angelo.
Merita una particolare attenzione il dipinto della calotta del sesto nicchione. Il san Francesco sulla sinitra ha una iconografia inconsueta e antica: è presentato in colloquio con il Serafino e il tetramorfo (derivato da Ezechiele e divenuto poi simbolo dei quattro evangelisti), senza stimmate sulle mani e sul costato, calzato. Non sono particolari casuali. Solo con Bonaventura, generale dei Francescani dal 1257 al 1274, e con la sua vita di Francesco (la Legenda maior) del 1263 si impone la iconografia di Francesco come alter Christus, nell’atto cioè di ricevere le stimmate durante la visione del Serafino (che è piuttosto un Cristo in croce, con ali di Serafino, destinate poi ad abbassarsi per scoprire il petto piagato). Questa diventò l’iconografia ufficiale di san Francesco, tanto che il capitolo generale dell’ordine nel 1266 avrebbe prescritto la distruzione delle legendae anteriori. A queste dunque si ispirerebbe questa immagine del santo e segnatamente si lega alla Prima Vita di Tommaso da Celano, scritta per la canonizzazione di Francesco intorno al 1229. Ed è proprio questa più antica tradizione che presentava l’episodio delle stimmate come successivo alla visione e al colloquio del santo con il Serafino.
La parete è occupata in gran parte dall’affresco di area bolognese della Natività, databile verso il 1340: Gesù benedicente con Maria e Giuseppe è adorato dai pastori avvertiti da un angelo. Nella cornice d’attorno teste di Cristo, l’arcangelo Gabriele e Maria in alto: Gioacchino, Anna e Cristo sulla destra; il Battista, Giovanni Evangelista e Cristo sulla destra. Lo stesso artefice nella fascia sottostante ha dipinto l’episodio di san Martino che dà la metà del mantello al povero, quindi il committente ed infine sant’Eligio protettore degli orafi che lavora ad un calice, Prosdocimo con una brocca e un santo vescovo. Nell’ultima fascia in basso l’arcangelo Michele che pesa le anime e la Trinità Eucaristica con la comunione al pane e al calice. Infine san Bartolomeo che la tradizione dice messo al martirio con lo scuoiamento. Quest’ultima fascia è attribuita a pittore parmigiano del 1370-80.
L’affresco sulla parete del settimo nicchione di pittore bolognese (1340) è diviso in due parti. Sulla sinistra Cristo risorto, con veste bianca, mostra le ferite della crocifissione e sul libro con la citazione dell’Esodo “io sono colui che sono” (Ego sum qui sum) la risposta data da Yahvè alla domanda di Mosè che gli chiede il nome. Ai piedi di Cristo santi oranti ed Abramo che presenta i salvati posti nel suo grembo. Sulla destra un battesimo di Cristo, con una leggera variante rispetto all’iconografia bizantina: il Battista mette la mano sinistra sul capo di Cristo e con la destra attinge l’acqua dal Giordano. Sotto a questo battesimo di Cristo l’affresco documenta l’uso del fonte sottostante, di cui abbiamo già parlato: il diacono battezza un bambino immergendo la nuca. Vi è raffigurata anche la scena canonica del Battesimo di Costantino amministrato da papa Silvestro che versa l’acqua sul capo dell’imperatore inginocchiato – per significativa trasposizione attualizzante – nello stesso fonte. Infine in basso a sinistra le nozze mistiche di santa Caterina e nei riquadri polilobati Maria, Gesù e san Giovanni evangelista.
Nell’ottavo nicchione di un pittore di area milanese dell’inizio del Trecento la Madonna in trono che allatta il Bambino con sant’Erasmo (con la candela), Giovanni Battista e la Maddalena. In basso, firmati da Niccolò da Reggio (1340 circa) Giovanni Battista, un santo vescovo (forse san Bernardo degli Uberti) e Bernardo da Chiaravalle.
Segue l’interno del portale ovest un bassorilievo di importanza centrale nel contesto apocalittico e cristologico, più volte messo in rilievo in questa guida. Al Cristo si allude mediante una delle figure tipologiche più significative, il re Davide. Nell’Apocalisse è l’Agnello il capocantore della liturgia celeste (“ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide” e “accompagnano il canto con le arpe divine, cantando il cantico di Mosè e il cantico dell’Agnello”). Del re Davide, a cui si ascrive anche la composizione di salmi, la Bibbia dice che ne guidava il canto nel Tempio. Dopo il restauro si è evidenziato l’uso del colore sulle sculture del Battistero. Qui la scena mostra nelle figure musicanti e danzanti una eleganza raffinata nei movimenti, negli abiti e nei colori, trasmettendo lo splendore che doveva essere ancora più evidente in origine. Il re Davide con la corona dorata, abiti regali bordati d’oro, con l’arpa che doveva essere anch’essa dorata (come lascia intuire il bolo, materia che preparava la doratura), guida la danza. Ai lati suonatori in calzemaglia e abiti a due colori, con strumenti in uso nel Duecento. La scritta in distici leonini, incisa sotto sul marmo, sembra lasciar intendere un certo compiacimento dell’artefice: Il re Davide invita suonando il salterio i suoi a cantare, come bene indicano queste pietre scolpite e dipinte. In occasione del restauro con osservazione ravvicinata è stato possibile stabilire che le sculture sono precedenti alla pittura bizantineggiante, in questa lunetta caduta, lasciando intravvedere una decorazione della pietra a finto marmo. Un’ultima annotazione. Sempre nel corso del restauro è stata tolta la tamponatura che chiudeva i due fori all’altezza delle spalle di Davide. Lo spessore della lastra è una decorato: si può ipotizzare che all’origine i fori fossero aperti. Sono state avanzate alcune ipotesi sulla loro funzione. Una senz’altro è sicura: sono serviti per finire il retro della figura di Cristo giudice dell’esterno.
Nel catino del decimo nicchione la scultura antelamica presenta l’arcangelo Gabriele che porta l’annuncio a Maria, scolpita nel catino successivo. I pittori bizantineggiati, per così dire, trascurano la scultura e ripetono nel catino successivo la scena dell’Annunciazione e la Visita di Maria a sant’Elisabetta. Qui è dipinta la Presentazione di Maria al Tempio, con Gioacchino ed Anna, descritta dai Vangelo apocrifi. Sulla parete del nicchione Niccolò da Reggio (1340 circa) ha drammaticamente illustrato scene della passione di Cristo: la preghiera nell’orto degli ulivi, la flagellazione, l’incoronazione di spine, il dolore di Maria, Cristo rivestito di veste rossa e gli occhi bendati sbeffeggiato dai soldati. Nell’ultima fascia in basso a sinistra di pittore parmigiano si trova sant’Orsola con le vergini compagne e la circoncisione di Gesù, in un contesto architettonico di grande eleganza.
Gli affreschi dell’undicesimo nicchione sono divisi in vari scomparti. A sinistra in alto Niccolò da Reggio ha dipinto una “imago pietatis” con Cristo che emerge dal sepolcro sorretto da Maria con la scritta: Hic semper, dum transis, recole tui vulnera regis, qui te deiectum vocat ad aethera laetum (“Qui sempre, quando passi, venera le ferite del tuo re che chiama te che sei sulla terra alla felicità del cielo”). Ai lati due profeti: Zaccaria col cartiglio: Qui sunt plagae istae in medio manum tuarum? Et dicit: his plagatus sum in domo eorum qui diligebant me (“Che sono quelle piaghe nelle tue mani? Risponde: quelle che mi vennero inflitte nella casa di coloro che mi amavano”). L’altro profeta è Isaia, con la scritta: Ipse vulneratus est propter iniquitates nostras et attritus est propter scelera nostra (“Egli è stato trafitto per le nostre iniquità ed è stato schiacciato per i nostri delitti”).
Al centro il pittore parmigiano già ricordato in precedenza (1370) dipinse il Volto Santo di Lucca. Sotto, un giullare suona il violino. Un calice sotto il piede sinistro di Cristo. Secondo la leggenda Nicodemo avrebbe scolpito Cristo crocifisso, vestito di tunica siriaca. Il crocifisso, giunto miracolosamente a Luni per mare e da qui portato a Lucca, divenne meta di pellegrinaggi. Un giullare francese, non avendo nulla da offrire, iniziò a suonare il suo violino. Cristo, mosso a pietà, lasciò cadere una delle sue pantofole d’argento. Il giullare, accusato di furto, fu salvato dall’intervento divino. Da allora il fatto venne ricordato dal calice sotto la pantofola del piede sinistro. Nel riquadro sottostante è dipinto Gesù giovane, che in sogno vede gli angeli che gli presentano gli strumenti della Passione. Ancora scendendo sono dipinte le sette opere di misericordia, indicate dalla scritta: “Queste sie le sete overe de mixaricordia de Deio Padre”, con assonanze con le opere di misericodia dello stipite sinistro del portale occidentale. Là sono sei secondo l’elenco del vangelo di Matteo e come qui il primo autore delle opere di misericordia è stato Dio Padre; nell’affresco che osserviamo la settima, che doveva essere l’ultima in basso, è forse caduta a causa della umidità. La figura in basso a sinistra è San Cristoforo col bastone fiorito che, attraversando il fiume porta sulle spalle il Bambino Gesù, col cartiglio Ego sum lux mundi. La figurina in basso vicino alla colonna è il committente. Sempre in basso a destra delle opere di misericordia, la figura di san Leonardo con i ceppi in mano, esempio plastico di operatore di misericordia (si era dato alla liberazione degli schiavi) e sant’Ottavio. Quest’ultimo affresco è attribuito ad un seguace di Tommaso da Modena (1350-’60). Su questa parete a destra in alto, solenne, santa Caterina d’Alessandria con la ruota del suo martirio, attribuita a Buffalmacco (1336), celebre protagonista delle Novelle di Boccaccio. L’intenso rosso della veste si è perso, danneggiato più che dalla umidità forse per l’esposizione alla luce.
Nel dodicesimo nicchione troviamo una plastica e dinamica immagine di San Giorgio a cavallo che uccide il drago per liberare la principessa che lo supplica. Anche questo affresco è attribuito a Buffalmacco e condivide col precedente di santa Caterina la perdita di tanto colore. In basso, attribuito al pittore parmigiano del Volto Santo attivo verso il 1370, ancora un Battesimo di Gesù con particolari vivaci, come la colomba dello Spirito Santo che esce dalla bocca di Dio Padre, o in basso il ragazzo che si sfila la veste, per prepararsi al battesimo. A destra una decollazione di san Giovanni Battista di un ignoto pittore, forse un crociato che ha visto guerrieri dai lineamenti orientali e conosce la scimitarra, messa però in mano al soldato in modo non appropriato all’uso.
Nella lunetta interna del portale nord è scolpita la Fuga in Egitto – o il Ritorno – della Sacra Famiglia. L’arcangelo Gabriele indica la strada precedendo il gruppo composto da san Giuseppe con il bastone del viandante a cui è appeso un vaso con l’acqua, sull’asinello la Vergine con la melograna in mano simbolo della sofferenza, in grembo il Bambino che ha in mano il rotolo delle Scritture, che avevano preannunciato la fuga in Egitto. Seguono due figure femminili, la prima porta un cesto, la seconda due tortore. Anche queste sculture mostrano una abbondante cromia, recuperata con un sapiente restauro.
Nel quattordicesimo nicchione il pittore parmigiano del Volto Santo ha affrescato la incoronazione di Maria da parte di Cristo. Sopra due figure il Padre celeste che infonde lo Spirito Santo. Attorno angeli con vessilli e musicanti. Sotto, di fianco a sinistra della porta che apre ad una seconda scala a chiocciola, ancora San Leonardo e sant’Ottavio con la famiglia dei committenti. Sulla destra, vicino al capitello della colonna, una fine rappresentazione di San Giacomo e Sant’Agnese in conversazione, di autore ignoto. Del maestro di Gherardo Bianchi è la Madonna a destra della porta. L’ultima immagine a sinistra in basso mostra San Michele che pesa le anime. È attribuita a Bartolino di Piacenza (1355).
Il quindicesimo nicchione si presenta con una particolarità che ci fa tornare ancora al cantiere antelamico cui è da assegnare la statuetta di San Giovannino. Sempre agli antelamici è da attribuire l’affresco con due alberi stilizzati e il fondo con finto marmo, e si pensa che anche il cantiere antelamico abbia provveduto a decorare varie zone dell’interno. Ad es., nella cupola gli apostoli coprono una decorazione a motivi vegetali. Nella lunetta della Fuga in Egitto appena illustrata il cielo con stelle dorate è quattrocentesco, sulla sommità dell’arco si intravvede un nimbo d’oro che ricorre spesso nei dipinti bizantineggianti delle calotte dei nicchioni coperti dunque dall’azzurro del cielo, che a sua volta forse aveva nascosto una decorazione antelamica simile a quella del falso marmo che contorna il San Giovannino o che si può osservare attorno al Davide musicante, dove è caduta la pittura a secco dei bizantineggianti. La “scoperta” dell’affresco antelamico attorno al san Giovanni è comparso nel 1960 circa, quando nel corso di una prova di restauro improvvida non si era tenuto conto che il dipinto più superficiale era a tempera, quindi assai delicato, caduto all’atto del consolidamento della pellicola pittorica.
Sulla parete del nicchione sono rimasti tre lacerti di affresco. Una Madonna in trono col Bambino del tardo Duecento, un santo attribuito al Maestro del Giudizio di Fidenza (Cattedrale) e sant’Agata di pittore modenese del Trecento. Sopra al mobile che contiene arredi liturgici, un rilievo quattrocentesco policromo d’area padana con Maria cui il Bambino, in nudità divina, cerca giocando di togliere il velo.